“Quella volta che incontrai uno straniero alto e bruno..!” –  Prima puntata – “L’inizio di una giornata speciale”

Tutto ebbe inizio una mattina di Giugno, a Stintino, un piccolo borgo di pescatori sulla costa Nord della Sardegna, proprio davanti all’isola Asinara. Ormai quel piccolo borgo era diventato una meta turistica molto frequentata ma aveva comunque mantenuto un certo fascino arcaico. Frequentavo Stintino da quando ero piccola. Avevamo una casa sul mare, una casa rosa con le persiane verdi che da anni era la meta delle nostre vacanze. In quel periodo avevo un fidanzato che adoravo, Giacomo, che viveva a Sassari e che mi portava a stare in Sardegna molto più tempo di quello che mi consentisse la mia attività di relazioni pubbliche a Roma. Non era ancora tempo di vacanze ma, come spesso accadeva, ero a Stintino e, quel fine settimana, mi aveva raggiunto anche il mio socio Renzo. Eravamo arrivati la sera precedente, tardissimo e, per il giorno dopo, il programma prevedeva mare, mare, mare e ancora mare. Quando la sveglia suonò ci misi una buona mezz’ora per aprire gli occhi. Avrei dormito almeno per altre tre ore ma non volevo per nessuna ragione perdermi neanche un secondo di quella che, a giudicare dal sole che filtrava dalle persiane, si preannunciava come una meravigliosa giornata. Mi alzai ancora assonnata con un unico pensiero in testa, caffè.  Con gli occhi che non si decidevano ad aprirsi completamente uscii dalla mia camera. Sulle scale tornai indietro. Ok, Renzo era uno dei migliori amici ma forse non era il caso di scendere in giardino in pigiama, così mi misi al volo qualcosa di più decente e scesi le scale. Scesi, uscii fuori, e, seduto con il giornale in mano, intento nella lettura, c’era questa meraviglia del genere umano. Viso bellissimo e fisico perfetto. Ah… dimenticavo…aria ed espressione intelligente… che non è poco!  Come misi un piede fuori, alzò la testa dal giornale e mi disse “ciao”. Io, tipo salame imbalsamato, ansimai qualcosa tipo “Ah, ciao ma…ci conosciamo?” e rimasi impalata a bocca aperta con un sorriso melenso dipinto in faccia. Dopo qualche secondo mi accorsi del suddetto sorriso e cercai di ricomporre la faccia. Ma lo stupore mi pietrificava. A onor del vero, tutto era reso ancora più avvincente dal fatto che anche lui non sembrava indifferente…anzi! Corrispondenza totale.

Nell’aria erano sospesi i nostri reciproci pensieri. Qualcosa del tipo…

Io: “E tu chi sei? Da dove sei sbucato? Oh mio Dio!! Ma cos’è, uno scherzo? Chi l’avrebbe mai detto che avrei trovato questo figo spaziale materializzatosi dalla notte alla mattina? Che ci fa questo sconosciuto a casa mia?”

Lui: “Ah, però, e questa chi è?? Io pensavo che ci fossero solo Marta e Giovanni…però però però… Buongiorno bellezza…la giornata si prospetta interessante!!!”.

A questo punto, per qualche frazione di secondo, mi si era fatto il buio nella mente. Sparito Giacomo, spariti tutti, esisteva solo lui, l’attraente e affascinate sconosciuto che mi stava fissando ipnotizzato, l’inviato del destino!! Ma come era possibile?? Era bastato così poco per rimuovere tutto il resto? E così in fretta poi?  Sentivo una serie di brividi di freddo lungo la schiena e perdevo sempre più la padronanza del mio viso anche se in quel frangente sarei dovuta essere, al contrario, sia per mia tutela che per tutela del mio fidanzato, super padrona di me stessa per simulare e ostentare un’inesistente indifferenza rispetto alla COSA che stava succedendo.

Eravamo lì, faccia a faccia. Feci uno sforzo disumano per riprendermi. Un rapido controllino mentale su come mi ero combinata e il risultato fu angosciante. Mi stavo guardando dall’esterno con l’occhio implacabile  di chi si rende conto che farebbe meglio a sgattaiolare di sopra con una scusa qualsiasi, rimettersi a posto,  e scendere per ricominciare tutto da capo. Ok, sono una ragazza carina. Sfido però chiunque a trovarsi solo minimamente decente nelle mie condizioni. Appena alzata dal letto. Quindi non solo senza un filo di trucco ma con la faccia stropicciata che iniziava appena a ritendersi. Vestita… vestita? Oibò no! Non ero proprio vestita, ero coperta da uno straccetto nero datato 19…che tenevo nella casa al mare per stare comoda. E i capelli? Orrore degli orrori! Un groviglio tenuto su da una pinza. E non mi ero neanche fatta la doccia. Oddio! Insomma il mio rapido controllino aveva avuto esito totalmente negativo.  Lui però non sembrava tanto devastato dalla visuale davanti ai suoi occhi, cioè io.

“Ciao” risposi, mentre distrattamente tiravo via la pinza dai capelli e cercavo di sistemarmeli con le dita. Mi fermai all’improvviso. Oh no! Mi ero dimenticata che è una di quelle cose da non fare MAI. Intendo passarsi la mano tra i capelli se c’è uno che ti piace. Insomma, se lo fai è chiaro che ti piace. “Se ne sarà accorto?” pensai, mentre lo guardavo senza distendere il sorriso che ormai mi stava paralizzando la faccia.

“Io sono Francesco…”

Continuavo a guardarlo negli occhi. Un po’ perché non riuscivo a farne a meno e un po’ perché catalizzando il suo sguardo sui miei occhi, forse si sarebbe distratto dal resto di me. “Sono il cugino di Marta…” continuò con un irresistibile sguardo ironico.

Come sarebbe a dire il cugino di Marta? Mai visto né conosciuto prima d’allora. Per un attimo mi sentii totalmente ingannata dalla ragazza di mio fratello che mi aveva tenuto all’oscuro per anni dell’esistenza di costui.

Ieri notte non c’era e nessuno mi ha avvertito che sarebbe venuto a Stintino! Pensavo freneticamente. “Com’è che adesso è qui che si legge il giornale? Ma perché nessuno mi avverte delle cose importanti che succedono sotto il mio tetto?”.

“Forse perché la visita del cugino non è considerata una cosa importante”, mi risposi subito.

“Mi spiace per l’improvvisata ma ero già a Sassari.  Ho chiamato Marta, loro erano qui e mi hanno detto di venire…”.

Ah ecco! Mi sembrava strano! Era successo tutto la mattina stessa.

“Però, neanche fosse Natale!” pensai con un certo entusiasmo.

Francesco era alto, bruno, viso bello dai tratti prettamente maschili, bei denti, leggera abbronzatura, fisico atletico, aria ironica nello sguardo…

“Ci deve essere una pecca…” pensai mentre mi presentavo a mia volta.

“Sono Linda, la sorella di Giovanni”.

“Piacere”.

Le nostre mani si strinsero per qualche secondo. Che brivido! Ma torniamo alla pecca. Doveva esserci assolutamente qualcosa che non quadrava in tanta apparente magnificenza. Ma cosa? Forse non era molto intelligente…forse faceva qualcosa che mi avrebbe deluso… forse era gay! Ecco… gay no. No, no. Non mi sembrava proprio. Anzi! Vabbè. Investigai un po’. Magari mi avrebbe rivelato qualcosa che l’avrebbe fatto scendere ai miei occhi. Forse aveva solo la quinta elementare o giù di li o faceva un lavoro improbabile tipo operatore ecologico… con tutto il rispetto… ma insomma… Cercavo disperatamente qualcosa che non mi piacesse in lui.

“Ma non è sceso ancora nessuno? Ti hanno abbandonato qui? Vuoi fare colazione?”, gli chiesi. Lui rise. Una risata dal timbro profondo e chiaro. Ero messa male. Mi piaceva anche la risata.

“No, non mi hanno abbandonato. Sono andati a prendere cornetti e paste per la colazione”. “Ah ecco…”.

Intanto avevo guadagnato la sedia e mi ci lasciai cadere con nonchalance. Lo sguardo esterno mi stava facendo impazzire. Mi sentivo tutt’altro che seduttiva. Accidenti. Se mi avessero chiesto di disegnarmi in quel momento avrei scarabocchiato un Calimero dallo sguardo terrorizzato. Non mi sentivo attrezzata per fronteggiare il bel tenebroso ma feci finta di niente.

“Sei…di Sassari?” azzardai.

“No. Sono di Roma ma ero qui per lavoro” rispose piegando il giornale e appoggiandolo sul tavolo.

“Di Roma? Ma come? Anche io vivevo a Roma. E allora? Viveva a Roma come altre due milioni e mezzo di persone!”. Perché mi sentivo come se Roma, e di conseguenza ogni suo abitante, fossero una mia proprietà privata?

“Lavoro? Di cosa ti occupi? Come mai a Sassari?” Eccoci qui. Adesso forse mi avrebbe rivelato qualcosa di assolutamente inaccettabile che avrebbe rotto quella specie di incantesimo. Esitò un attimo prima di rispondere. La cosa mi parve un buon segno. Poi se ne uscì con “Ieri c’era un convegno all’università e ho deciso di aggiungere il week end all’ultimo momento”. Quindi? Aveva seguito un convegno? Certo! Era ancora all’Università. Studiava. Alla sua età? Sarà stato sui trent’anni. Ecco la pecca. Piccola ma c’era. A trent’anni suonati ancora sui banchi di scuola, o giù di li. Cercavo di visualizzarlo con un grembiulone blu con fiocco.

“In che facoltà sei iscritto?” gli chiesi, sentendomi appena più sicura di me.

“Veramente mi sono già laureato da un pezzo. Vedi, il convegno lo tenevo io… insegno diritto all’Università”.

Una bomba avrebbe fatto meno effetto. Questo era troppo. Era un professore! E quando aveva iniziato? All’asilo?

Lo fissavo senza fiato. Questo era il mio uomo ideale! E mentre mi crogiolavo al pensiero, il mio uomo reale irruppe nella scena. “Disturbo?”. Ci voltammo all’unisono.

Giacomo era in piedi e ci stava fissando.

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